Impero o deserto

Vennero imposti al popolo d’Israele dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli con le loro angherie, e così costruirono per il faraone le città deposito, cioè Pitom e Ramses (Esodo 1, 11)

Il potere organizza il male ma non è in grado di attuarlo da solo. Ha bisogno di collaboratori. Questi sterilizzano la propria coscienza dissimulando la partecipazione all'oppressione con lo stato di necessità o con la semplice convenienza. Il male è qualcosa di impalpabile, un pericolo meramente potenziale, fino a quando qualcuno lo rende concreto agendo. È volontà non mera casualità. Il male strutturato come l’attuale sistema politico-economico è frutto di volontà collettiva, è l’espressione della degenerazione esistenziale dell’uomo in preda alla menzogna e ai suoi idoli. Pochi oppressori non fanno ancora l’oppressione ma occorre il soccorso interessato degli aiutanti o l’indifferenza degli ignavi.

Il re d’Egitto disse: «Mosè e Aronne, perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori forzati!» (Esodo 5,4)

Il popolo non deve ascoltare altre voci diverse da quella del padrone. Non deve chiedersi il senso di quello che sta facendo né riflettere sulla propria condizione. Ha un’unica possibilità: adeguarsi alla realtà. D'altronde le ingiustizie si reggono sul dogma dell’immutabilità e sul suo corollario: l’inutilità dell’impegno per il cambiamento. I profeti, cioè coloro che ricordano il sogno di Dio per l’uomo e testimoniano la  sua sollecitudine debbono essere isolati per dimostrare che combattono una battaglia personale, calunniati per minarne la credibilità, eliminati se hanno seguito.

In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sovrintendenti del popolo e agli scribi: «Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima. Andranno a cercarsi da sé la paglia. Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano finora, senza ridurlo. Sono fannulloni; per questo protestano (Esodo 5, 6-8)

Ai primi segnali di risveglio della coscienza il padrone reagisce con brutalità per piegare e dividere. Deve far vedere che qualsiasi rivendicazione non soltanto non è accolta ma porta al peggioramento delle condizioni di lavoro. La ribellione deve subito apparire sconveniente. L’accusa di essere fannulloni è tipica nei rapporti di sfruttamento, come quella di essere delinquenti nei casi di proteste popolari. L’efficacia o meno del condizionamento dipende dalla capacità personale prima di riconoscere poi di rifiutare la mentalità dello schiavo introiettata per assimilazione dall'esterno. L’obbedienza del lavoratore nei regimi autoritari deve essere di tipo militare non dialogica. Infatti il processo produttivo non ammette né originalità né apporti creativi; al contrario richiede la massima spersonalizzazione.

Gli Israeliti dissero a Mosè: «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: “Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”?» (Esodo 14,11-14)

È il solito problema dei profeti. Hanno il carisma dell’immaginazione e la vocazione al martirio (ossia sono pronti a dare la vita per testimoniare). Il popolo no. I profeti non agiscono per tornaconto ma per giustizia e non sono sicuri del successo della loro impresa. Il popolo non comprende la giustizia e si aspetta solo la vittoria. I profeti si lasciano coinvolgere totalmente. Il popolo resta a guardare. I profeti pur di cambiare sono disposti a soffrire. Il popolo mormora nei confronti di chi lo vuol liberare e rimpiange chi lo ha oppresso.

Anche oggi Dio ci propone un esodo per vivere la comunione con Lui, anticipo dell’esodo definitivo. Ma come allora trova poche persone disposte a morire nel deserto pur di non servire l’Impero. Chiediamo la grazia di trovare il coraggio necessario.