L'artiglio

Nel 2010 Stéphane Hessel, a 93 anni, scrive, anzi urla: “Indignatevi”. Dopo le speranza suscitate dai movimenti nati dal basso il sistema è riuscito a ricreare l’habitat naturale per riprodursi: il torpore di massa. Tutto tace dagli storici fronti “rivoluzionari”, al massimo si levano vocine che sanno di ridicolo o peggio di funzionale allo status quo
Nelle scuole si procede regolarmente all'interno delle campane di vetro appositamente costruite dal regime. Continua la didattica del mondo parallelo in cui ci si esercita nella competizione/selezione e nell'osservanza del pensiero unico. Occorre, infatti, formare i professionisti dell’allineamento mica del dissenso. Si arriva a 18-19 anni senza conoscere i valori della Resistenza, il pensiero di Calamandrei o di Gramsci, la fine dei fratelli Rosselli, l’esempio di Giorgio Ambrosoli, la “disobbedienza” di don Milani, la strategia della tensione, le inchieste di Ilaria Alpi, la solitudine di Giovanni Falcone, il tradimento subito da Paolo Borsellino. La vita di Peppino Impastato, invece, si conosce ma solo se si è visto il film. 
Nelle università, al momento, le proteste sono rinviate dopo gli esami, meglio dopo la laurea. Da disoccupati infatti c’è più tempo. 
I “sindacati” sono in attesa di estinzione insieme agli ultimi lavoratori che garantiscono e rappresentano. Negli anni che rimangono non se la sentono proprio di confliggere per non lasciare un cattivo ricordo di sé. 
Con l’attività dei precari lo Stato e le aziende vivono, mentre con le retribuzioni e trattamenti contrattuali ricevuti i precari agonizzano. Siccome la reiterazione non salva dall'agonia, per guarire non c’è altro modo che interrompere, fermarsi, rifiutarsi. Perché è sempre meglio morire da vivi che dissanguati dall'artiglio dello sfruttatore.